Quando il cuneo è una fregatura

Gli incontri con le parti sociali che il governo ha convocato per annunciare l’intenzione di ridurre la tassazione sul lavoro si susseguono secondo uno schema datato e scontato. Confindustria e sindacati chiedono di avere sgravi molto consistenti e di averli prestissimo, sostenendo che questo basterà per avviare una ripresa produttiva che compenserà il momentaneo calo di entrate. Purtroppo le cose non stanno così. Qualche intervento sul cuneo fiscale in realtà è già stato avviato in passato, ma non si è visto alcun miglioramento di produttività e competitività e quindi non c’è stata alcuna crescita, anzi ci si è avvitati in una tendenza che è ottimistico definire stagnazione.
22 AGO 20
Immagine di Quando il cuneo è una fregatura
Gli incontri con le parti sociali che il governo ha convocato per annunciare l’intenzione di ridurre la tassazione sul lavoro si susseguono secondo uno schema datato e scontato. Confindustria e sindacati chiedono di avere sgravi molto consistenti e di averli prestissimo, sostenendo che questo basterà per avviare una ripresa produttiva che compenserà il momentaneo calo di entrate. Purtroppo le cose non stanno così. Qualche intervento sul cuneo fiscale in realtà è già stato avviato in passato, ma non si è visto alcun miglioramento di produttività e competitività e quindi non c’è stata alcuna crescita, anzi ci si è avvitati in una tendenza che è ottimistico definire stagnazione.
Naturalmente non tutte le vacche sono grigie, ci sono settori in cui una ristrutturazione silenziosa e molecolare ha consentito di recuperare quote di mercato e di esportare di più, altri che non riescono a uscire da un orizzonte recessivo. L’abbattimento delle tasse sul lavoro e sulla produzione è un ingrediente utile per una strategia di ripresa produttiva, ma deve essere accompagnato dalla soluzione di altri problemi annosi, un sistema di rappresentanza riconosciuto e valido per tutti, non dipendente dall’umore di questo o quel magistrato, un premio retributivo alla produttività reale, una gestione razionale della flessibilità che non porti a un rigonfiamento insopportabile della cassa integrazione per tenere in vita fittiziamente aziende fuori mercato definitivamente, un sistema salariale che tenga conto dei differenziali territoriali e settoriali invece di restare incatenato a una contrattazione di categoria ormai asfittica. Si tratta di problemi che dipendono in primo luogo dal negoziato tra le parti sociali, che invece non hanno cavato un ragno dal buco e si trovano concordi solo nel chiedere sgravi, che peraltro dovranno essere compensati da tagli o da altre tasse, e che quindi non saranno indolori.
Si tratta di questioni complesse, che richiedono coraggio e spirito riformatore, insomma di uno spirito da classe dirigente e non di una lamentela rivendicativa. Anche al governo è lecito chiedere un atteggiamento più responsabile, che non cerchi facile popolarità con annunci di aumenti dei salari e riduzioni del costo del lavoro, che poi si riveleranno microscopici e deludenti. Mettere il lavoro al centro dell’agenda politica è sacrosanto, illudere e illudersi che basti qualche modesto trasferimento del carico fiscale dai produttori ai consumatori o da una categoria all’altra, invece, è un modo per perpetrare una situazione strutturalmente ostativa della crescita produttiva e quindi del lavoro. Sarebbe bene che imprese sindacati e governo si rendano conto finalmente che recitare per l’ennesima volta la stessa commedia non interessa più nessuno.